Zuckerman rinuncia
Le umiliazioni fisiche e morali della vecchiaia di Philip Roth
di Ukko Ahti
Letteratura
Quanto può essere atroce constatare, mentre si sta piacevolmente nuotando in piscina in mezzo a conoscenti e estranei, che una macchia gialla di urina si sta espandendo attorno a te e che la prostata, dopo l’operazione, non fa più il suo dovere? Quanto può essere mortificante dover fuggire dalla gente che inizia a percepire un olezzo acido emanare dal tuo corpo, e dover correre a casa per cambiare il pannolone, con la maturità e l’orgoglio dei settant’anni? Che cosa si può provare ad attendere invano una vecchia amica al ristorante, e non sapere se sia stato tu o lei a dimenticare il luogo dell’appuntamento?
Philip Roth, con straordinaria regolarità, ha pubblicato dal 2006 al 2009 ben quattro romanzi, tutti brevi, tre dei quali costituiscono un’aspra riflessione sulle umiliazioni, fisiche e morali, della vecchiaia. E sulla solitudine.
È così che anche lo scrittore protagonista di molti romanzi di Roth, lo scatenato Zuckerman – umiliato dai problemi della prostata, della memoria, mortificato dall’impotenza, estraneo a un mondo che non è più il suo ma di una generazione con la quale non riesce a comunicare – alla fine rinuncia, ed abbandona in una sola mossa le sue ultime speranze di relazione con il mondo e la reputazione di un vecchio scrittore che fu suo mentore. Fugge via, disinteressato da una politica che non gli presta ascolto, impotente di fronte a quella che per lui è la “vita”. Ed è così che Il fantasma esce di scena (tradotto in Italia per Einaudi nel 2008).
Ma è Everyman (Einaudi, 2007) il romanzo in cui meglio, e senza ironia, la condizione senile si manifesta nella sua atroce compiutezza, e lo fa attraverso il disfacimento del corpo umano. Un disfacimento lento ma continuo, ossessivo, come quello di una vecchia automobile alla quale, due mesi dopo aver cambiato il radiatore, bisogni sostituire la marmitta. Di fronte al quale anche la più ferrea volontà e forza d’animo finisce per cedere ed esplodere in pianto. Mortificata.
Il protagonista, risvegliatosi dopo un intervento al cuore a causa di alcune arterie ostruite, si ritrova con una cicatrice dall’inguine alla caviglia – avendo da qui i dottori preso la vena con cui avevano fatto i trapianti – e con un tubo in gola che lo soffoca, ma che gli è indispensabile per respirare. Tutto bene, ciononostante. Ma l’anno dopo deve subire un intervento al cervello per una nuova arteria ostruita. Avendo richiesto solo l’anestesia locale, sente per due ore un intenso raschiare vicino all’orecchio, mentre la testa è claustrofobicamente isolata con un telo. Tornato a casa, scoppia in lacrime. È solo. E tutti gli ultimi anni della sua vita sono scanditi da simili interventi chirurgici. E dallo scomparire incessante dei suoi coetanei.
Gli amici lentamente muoiono, inesorabilmente cadono come birilli, ricordando costantemente che la stessa sorte prima o poi toccherà a tutti. E il momento sta avvicinandosi. Una sua amica si è persino suicidata a causa di un dolore alla schiena da cui non riusciva a fuggire in alcun modo, con nessun farmaco, un dolore incessante ed esasperante che l’ha condotta lentamente alla pazzia del gesto ultimo.
La solitudine è l’altra condizione che Roth magistralmente descrive della vecchiaia. I suoi personaggi o non hanno avuto figli – Zuckerman – o sono da questi disprezzati per aver abbandonato le loro madri. Nonostante le loro impeccabili carriere lavorative infatti non sono riusciti a farsi perdonare i propri gravi errori umani, e la solitudine è inevitabile. Uno spunto per ribadire e biasimare l’egoismo che troppo spesso muove le azioni degli uomini, e che prima o poi viene ripagato con interessi da usura.
Sono pochissimi gli affetti davvero sinceri e puri che si instaurano tra i personaggi di Philip Roth. Rari e momentanei, e sempre messi a rischio dall’egoismo, ma anche dai costumi della società o persino dalle pressioni troppo premurose dei familiari. Ma se in gioventù si può fuggire la solitudine, nella vecchiaia si è senza scampo.
In un passaggio di Indignazione (Einaudi, 2009) i genitori di un liceale vietano al figlio di frequentare una ragazza che qualche tempo prima aveva tentato il suicidio – perché la di lei instabilità avrebbe potuto metterlo in situazioni poco piacevoli – mentre in L’umiliazione (Einaudi, 2010) i genitori di una quarantenne con un trascorso lesbico le sconsigliano di frequentare l’uomo che ama perché di oltre vent’anni più vecchio di lei – quindi sul viale dell’inservibilità. Come se il comportamento giusto da tenere con le persone in difficoltà fosse quello di abbandonarle al loro triste destino, piuttosto che cercare, per quanto disperatamente e inutilmente, di aiutarle.
È un egoismo vile quello che domina in (quasi) tutti i rapporti tra gli uomini nell’America di Roth. Un egoismo dal quale non è immune nessuno – lo scrittore non si abbandona mai a facili moralismi. Lo stesso Zuckerman, nell’ultimo romanzo della sua saga, si rifiuta di aiutare un ragazzo che vuole entrare nel mondo della scrittura, come lui al contrario fu un tempo aiutato – ma non può che provare invidia e rancore per quel giovane forte e virile, al quale tutti i piaceri della vita stavano per dischiudersi.
Tuttavia, a parte nell’ultimo, deludente romanzo, L’umiliazione, uscito in Italia appena qualche mese fa, in cui una volgarità gratuita e ostentata prende il posto di un’analisi intima e significativa dei personaggi, nei romanzi di Roth c’è sempre posto, perché altrimenti non potrebbe esserci nemmeno il rammarico, per la poeticità della vita. Questo è un estratto da Everyman:
È una faccenda impegnativa per un operaio comprare un diamante – diceva ai figli – per piccolo che sia. La moglie può portarlo per bellezza e può portarlo per ragioni di prestigio. E quando lo porta, quest’uomo non è solo un idraulico: è il marito di una donna con un diamante. Perché oltre la bellezza e il prestigio e il valore, il diamante è indistruttibile. Un pezzo della terra che è indistruttibile, e un semplice mortale lo porta al dito.
Ed è per questa bellezza, oltre che per la paura atroce di scomparire nel niente, che i personaggi di Roth si aggrappano alla vita nonostante tutto.
Attendendo il romanzo Nemesis, annunciato per l’ottobre 2010.
