The Road
Umanità ferina nella versione cinematografica di John Hillcoat
di Mariacristina d'Angelis
Cinema e Arti Visive
“Ucciderò chiunque proverà a toccarti. Perché questo è il mio compito”.
Due sole battute, scarne, puntuali, tali da racchiudere l’atroce sconvolgimento dell’uomo costretto in una gabbia di degrado e disperazione.
Per avere un quadro di ciò, basta solo per un attimo immaginare una terra senza più colori, dove la luce del sole è spogliata della sua capacità vivificatrice in quanto infittita da polveri cineree che rendono l’aria tetra, pesante, funerea. Una terra devastata continuamente da ripetuti terremoti, dove la vegetazione è quasi annullata, brulla e secca, accompagnata dal lento estinguersi del mondo animale. Un luogo infernale dove persino il volo degli uccelli è oramai solo un flebile ricordo nella mente dei sopravvissuti. Protagonisti un uomo e un bambino, rispettivamente Viggo Mortensen e il piccolo Kodi Smit – Mc Phee, i quali rappresentano l’Uomo e il Bambino per eccellenza, padre e figlio testimoni di un barlume di umana civiltà all’interno di un mare di cruda realtà.
Uno scenario raccapricciate questo abilmente rappresentato con elevata capacità tecnica in The Road, pellicola cinematografica del regista e sceneggiatore australiano John Hillcoat (che si avvale inoltre delle musiche di Nick Cave e Warren Ellis), uscita nelle sale italiane il 28 maggio 2010 ed ispirata all’omonimo romanzo La strada, di Comac McCarthy, vincitore del Premio Pulitzer 2006 (nonché autore di altri romanzi fra i quali Non è un paese per vecchi, portato sugli schermi cinematografici dai fratelli Joel e Ethan Coen).
La coppia viene in questo modo costretta ad un viaggio epico verso il sud, luogo velato dalla fallace speranza di una improbabile salvezza dallo spettacolo asfissiante che ogni giorno si presenta ai loro occhi, pupille ormai svuotate da ogni scintilla di vitalità. Portano con sé tutto quello che può ancora avere un valore nello squilibrio vigente: un carrello per la spesa, qualche coperta per assicurarsi un po’ di calore, un telo per ripararsi dalle piogge gelide e una pistola con due colpi in canna, pronta a essere usata anche contro se stessi in caso di attacco dei predoni che ormai la fanno da padroni indiscussi delle strade desolate, barbari cacciatori di carne umana dediti ad uno spietato cannibalismo.
Da contraltare a questa trucida situazione c’è la continua educazione del padre nei confronti del figlio, in un tentativo disperato di mantenere viva una traccia di umanità.
Sarà il fuoco il simbolo di questa forza, leit-motiv all’interno della narrazione. Il padre infatti, nella prova commovente di dare un significato alle atrocità quotidiane nei confronti del bambino nato e vissuto nel mondo informe, nel rispondere ai suoi quesiti emblematici, lo acquieta parlandogli della loro appartenenza alla categoria dei buoni, e che come tali sono portatori del fuoco. L’elemento qui è inteso sia come materia indispensabile per la sopravvivenza, sia come metafora della fiamma di una civiltà che non vuole spegnersi di fronte all’avverarsi della celebre massima latina ‘homo homini lupus’, letteralmente ‘l’uomo è un lupo per l’altro uomo’, nonché della teoria hobbesiana dello stato di natura, che trova pieno compimento in una umanità votata alla sopraffazione e alla estrema lotta per la sopravvivenza, essendo decaduti i valori che regolamentavano il rispetto reciproco del vivere comune.
Sparsi qua e là lungo il film sono alcuni flash-back, ricordi della vita passata dell’uomo (che costituiscono le uniche immagini a ‘colori vivi’), suscitati molto spesso da semplici oggetti o parvenza di essi incontrati lungo il vagare: emblematica la scena in cui è un pianoforte a far da canale tra presente e passato evanescente, dove l’uomo, pur timoroso di toccare quei tasti per paura di suscitare l’attenzione da parte dei cattivi di turno, solo per un attimo si abbandona all’oblio dell’immagine delle mani di una donna che suona una musica di un tempo lontano, per poi precipitare nell’amara realtà, scoppiando in ginocchio in un pianto di morte, dove anche l’arte è ormai solo un tratto sfuocato di memorie passate. Non c’è posto per essa quando si ha da pensare al proprio sostentamento: l’arte è un lusso che contraddistingue la civiltà, ergo la mancanza della prima è indice di assenza della seconda.
La donna che in tale ricordo suona il pianoforte invece è Charlize Theron, moglie e madre rispettivamente dell’uomo e del bambino, che vediamo compiere, sempre attraverso brevi flash-back, una scelta diametralmente opposta a quella del protagonista: ella non sceglie la lotta continua, bensì il suicidio, privata degli stimoli vitali quali potevano essere l’amore coniugale o quello filiale, vinta dallo sconforto impadronitosi della sua persona. Significativa a tale proposito risulta una frase espressa nel film da un vecchio incontrato lungo la strada, che assume i tratti di una apocalittica constatazione: “Togliersi la vita è un lusso che non ci si può permettere di questi tempi”.
L’intero svolgersi degli eventi è rappresentato con maestria. Ci sono alcuni momenti di suspense ininterrotta – scene incalzanti di inseguimenti o fughe impossibili – e altri invece caratterizzati da una più struggente drammaticità, che suscitano una commozione intrattenibile. All’interno di questa struttura l’unica pecca potrebbe essere il finale – lo stesso sia nel romanzo che nel film – dove il bambino, rimasto solo dopo la morte per una malattia polmonare del padre stremato dagli stenti, incontra un uomo pronto ad accoglierlo, che gli si presenterà come buono, con la sua famiglia “canonica” formata dalla moglie, i suoi due figli ed un cane.
Ma è un finale frettoloso, e la scena sembra avere lo specifico compito di portare al più presto al termine la narrazione. È naturale inoltre chiedersi: perché un simile lieto fine? Perché, di colpo, l’incontro così inaspettato con il Bene – verbo assunto nel dimenticatoio a causa dell’avvenuta apocalissi – dopo una simile parabola del Male?
Resta in ogni caso questa finale concretizzazione di quel fuoco di umanità tanto protetto e agognato. E forse è proprio quest’ultima metafora la chiave interpretativa da usare nella parte conclusiva, che trova nell’affetto umano il suo suggello, colonna insopprimibile di un mondo frantumato in mille pezzi.
