Il Paese dell’aperitivo
Dal Drive In alla P3: l’egemonia della tv
di Antonio di Fazio
Attualità e Società
In Italia manca un’identità di concezione del mondo tra “scrittori” e “popolo”;
cioè i sentimenti popolari non sono vissuti come propri dagli scrittori,
né gli scrittori hanno una funzione “educatrice nazionale”,
cioè non si sono posti e non si pongono il problema
di elaborare i sentimenti popolari dopo averli rivissuti e fatti propri [...]
Antonio Gramsci
Questo che leggerete è una specie di editoriale. Dico una specie perché di solito gli editoriali sono di competenza dei bravi giornalisti ed io, oltre a non essere bravo, non sono neppure giornalista.
Non è falsa modestia, è solo un modo per dissuadervi, qualora ne abbiate la malaugurata tentazione, dal prendermi troppo sul serio. È un modo per dirvi “Io mi ci diverto a scrivere, lo trovo un esercizio per tenere allenata la mente: uno fa la settimana enigmistica, io rifletto – spesso male – su quello che leggo nei quotidiani”.
Non mi esprimo sui fatti di cronaca, ovvero le numerose aggressioni a giovani, spesso giovanissime, ragazze da parte dei loro ex spasimanti. Se non avessi profondo rispetto per le famiglie delle donne uccise direi che per i telegiornali questa cosa sta andando di moda. Come fu per l’influenza A, per la D’Addario, per la dozzinale copia del Duomo lanciata a Berlusconi, per il caso Corona.
Ci sono, invece, alcune notizie che incredibilmente mi sembrano collegate tra loro e che potrei benissimo sintetizzare in un unico ragionamento.
Partiamo dallo scalpore suscitato dal libro di Panarari (L’egemonia sottoculturale – L’Italia da Gramsci al gossip) da poco uscito e che paragona la cultura dei precedenti decenni a quella contemporanea, la cui incarnazione è rappresentata da Maria De Filippi e Alfonso Signorini. Pasolini, Gramsci e Moravia come Simona Ventura. Solo una provocazione di un docente preparato?
Passiamo allo scandalo P3, un’ indagine che parte dal caso “Grandi Appalti”, che ha tagliato già la testa a Scajola, che rischia di stroncare la promettente carriera politica di Denis Verdini, ex macellaio e attuale capogruppo del PDL (due virtù rare in un solo uomo) e di Nicola Cosentino, sottosegretario all’economia, che promette forti ripercussioni in un sistema politico a cui Tangentopoli pare aver fatto il solletico e che finisce dritta dritta nel salotto della accogliente abitazione dell’insospettabile (?) Bruno Vespa.
E poi c’è la legge-bavaglio, questo raffinato esercizio di sofismi giuridici costruito, per l’ennesima volta, ad uso e consumo di un leader di un Paese democratico per il quale la libertà di stampa non è una condizione necessaria.
Citando Antonio Lubrano, la domanda nasce spontanea: cosa c’entra Verdini con Maria De Filippi, o Calvino con Alfano?
La risposta è meno complicata di come sembra e ce la forniscono altri tre personaggi: Antonio Ricci, autore televisivo e deus ex machina di Striscia la notizia, Nicola Lagioia, scrittore e giornalista per “Il Fatto Quotidiano”, Erik Gandini, regista ed autore del documentario “Videocracy”.
Qualche tempo fa, dalla pagine del Fatto, Lagioia se la prese con Ricci, sostenendo che Striscia fosse espressione del fascismo del mondo dei consumi, dicendo “chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui”. Ricci rispose per le rime ed iniziò una diatriba (la trovate QUI) che avevo letto e dimenticato. Fino al fattaccio: il libro di Panarari scatena, niente popò di meno che, le ire del Gabibbo. Il succo del suo intervento è “Giù le mani dal Drive In”, ovvero la cultura televisiva non è criticabile perché influenza ed è a sua volta influenzata dai desideri degli italiani i quali, liberamente, scelgono cosa fare, cosa leggere, per chi votare, cosa pensare e soprattutto cosa guardare.
Qual è il filo conduttore con la P3 o con il ddl Intercettazioni? Qui intervengono Gandini e il suo Videocrazy.
Quando Berlusconi creò Milano 2 e le televisioni Mediaset, diede vita ad un mondo immaginario, fatto di “tette & culi” prosperosi, di sorrisi sintetici, di nastrini e paillettes, di svago, di non-pensiero, dove la gente non faceva ciò che voleva ma ciò che immaginava che avrebbe dovuto fare, vedi ancora Drive In, dove si rideva non per le “battute” ma per il fatto che ridesse il pubblico alle spalle del “comico”. “Ezio Greggio, un monumento al niente” dice Lagioia in “Riportando tutto a Casa”.
Signorini e Maria De Filippi i nuovi guru della cultura italiana, italica, nazionalpopolare, che non ha bisogno di opinione pubblica perché crea, deforma, plasma telespettatori e non cittadini, perché necessita di share e non di exit poll, perché fa leva sull’auditel e non sul consenso.
Questa è l’Italia versione Milano 2: un posto magico, felice, un surrogato degli anni ’80 dove l’ambizione è diventare famoso per quindici secondi (non minuti, guai a confondere il pop di Warhol ed il nostro pop-trash) dove l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio, dove la libertà di stampa non è un diritto, dove un manipolo di delinquenti può creare un’associazione segreta per speculare sull’eolico, dove chi se ne frega di Cosentino perchè Corona e Belen Rodriguez si sono lasciati, dove quelli che governano, alla fine di tutto, sono i giudici.
Questo era il sogno del Cavaliere, l’imbonimento fattosi a forma di formose pin-up, metafora di un Italia opulenta, rigogliosa, l’Italia di Pamela Prati e dell’aperitivo alle 18 e 30.
La faccio molto semplice: per capire il boom economico abbiamo studiato la “Commedia all’italiana”, per la Contestazione e gli anni di Piombo ci sono voluti Francesco Rosi ed Elio Petri, dagli anni ’80 ai giorni nostri qualcuno sostiene che bastino i film dei Vanzina. Hanno ragione, hanno perfettamente ragione. Al diavolo Panarari, Gandini, Lagioia, il premio Strega Pennacchi, la Busi che lascia il TG1, Mario Monicelli, Giorgio Bocca, Umberto Eco, Asor Rosa, Antonio Tabucchi e pure Saviano. Sono sufficienti tre decenni di film di merda per capire un paese di…

Meno male che c’è Carla Bruni……
Ciao Antonio, ti confesso che, dopo aver letto il tuo editoriale tre volte, non riesco a coglierne il significato. Sembra uno di quegli sfoghi intrisi di pessimismo cosmico che vengono prodotti e distribuiti da gente come Massimo Fini, che, ad esempio, qualche giorno fa si lamentava perché la TV aveva concesso troppo spazio alla notizia della morte di Taricone, quando invece si sarebbe potuto dedicare più tempo a piangere la morte del soldato italiano caduto in Afghanistan. Ma non vedi l’impossibilità storica di parlare ancora di una funzione “educatrice nazionale”?
Brunello, questo è il più bel commento che potessi farmi. Riconosco che c’è una certa incazzatura dietro l’articolo ma è solo provocatoria (vedi il finale). Il senso, o almeno quello che avrei voluto comunicare ed è probabile che io non ci sia riuscito, è nell’idea che la televisione ci restituisca un’immagine deformata del nostro tempo e in base a quest’immagine noi stiamo costruendo le nostre convinzioni. Siamo effettivamente liberi di scegliere? Non siamo soggetti ad un enorme effetto Drive In?
Esempio stupido e quasi banale: non si fa altro che parlare dei delitti di cronaca e alla fine quasi quasi sembra davvero che quelli della P3 siano quattro vecchietti.
Certo che non esiste una funzione educatrice nazionale e certo pure che il nazionalpopolare è passato da livelli altissimi a livelli infimi. Anche se ad una parte di me piace credere che se ci fosse un Pasolini in grado di andare in giro a chiedere alle signore del sud se hanno mai avuto rapporti anali (classe III B con Enzo Biagi) forse avremmo qualche problema in meno.
Vedila come un tentativo di attualizare questo:
http://www.youtube.com/watch?v=A3ACSmZTejQ
C’è molto da dire.
Cari Antonio e Brunello, devo confessare che l’accusa di pessimismo o peggio ancora di disfattismo, rivolta come un dettato ipnotico di fronte ad ogni timida critica alla società di oggi, sinceramente fa cadere le braccia, con tutto il rispetto. Come si fa a non essere pessimisti (che non vuol dire essere disfattisti) di fronte alla dilagante “stupidità delittuosa” che quotidianamente ci vediamo rovesciata addosso dalla televisione, e non solo? D’accordo anch’io che non ci sia più una funzione educatrice nazionale: e sarebbe poco male, se essa non fosse stata sostituita da una funzione diseducatrice nazionale; di fronte a programmi come “la pupa e il secchione”, o “il grande fratello” (senza i quali il berlusconismo sarebbe senza gambe), è inevitabile pensare ad una disfatta della civiltà. Diceva Sciascia: “non sono io che sono pessimista, é la realtà che è pessima”. Ed io credo che riconoscere il pessimo, non accettarlo, sia l’unico modo per coltivare qualche speranza.
Dimenticavo: per non sembrare troppo seriosi e sussiegosi, vi consiglio questa canzone del buon vasco, che mi sembra si adatti bene alla nostra piccola discussione.
http://www.youtube.com/watch?v=gistgA8bmrg
Ciao peppino, proviamo a rispondere alla domanda intelligentemente posta da antonio: siamo liberi di scegliere? Io credo che ognuno, oggi più che mai, sia libero di ricorrere al proprio senso critico, ognuno ha la possibilità di usare il telecomando per cambiare canale o per spegnere la TV. L’importante è non fare confusione. I reality non hanno certo la funzione di esprimere il nostro livello di civiltà; essi semmai andrebbero paragonati ai varietà di un tempo (quelli con i testi scritti da autori qualificati, con ballerine professioniste etc.), ma staremmo sempre parlando di intrattenimento. Capisco il gusto per la provocazione, però non si può esagerare: citare Pasolini e poi, a tradimento, la De Filippi, è fuorviante. Io ho tirato in ballo il pessimismo perché mi sembra (forse mi sbaglio) che Antonio abbia nostalgia di una certa “egemonia culturale” ormai improponibile.
Caro Brunello, capisco quello che vuoi dire, ma non riesco ad essere d’accordo con te. Se siamo liberi di scegliere? Dipende: in teoria nessuno ovviamente ci tiene incollati ad un dato programma, e specialmente chi abbia un minimo di cultura (intesa in senso lato) ci mette tre secondi a riconoscere un programma di pessima qualità. Ma la televisione (e la pubblicità) non si limitano a proporre cordialmente un menù tra cui scegliere, ma subdolamente impone i suoi modelli con una violenza che i modi suadenti e gentili riescono appena a velare. Dio ce ne scampi da ogni forma di egemonia culturale, e lo dico da persona diciamo di sinistra (la cultura rende liberi, non imprigiona in dogmi): ma il fatto è che televisione e pubblicità (senza dimenticare l’informazione ubbidiente al padrone) rappresentano appunto una forma di egemonia culturale così totalizzante e totalitaria che al confronto quelle fasciste e comuniste impallidiscono. E dico totalizzante e totalitaria perchè il mezzo televisivo riesce ad attuare, attraverso delle raffinatissime tecniche di rimbecillimento collettivo, un’omologazione impressionante di gusti, pensieri, modelli di vita. Ovvio che meno si è attrezzati culturalmente (pensa soprattutto a bambini e adolescenti), e più è difficile esercitare un qualche discernimento, per non rimanerne fagocitati. Inutile dire che il potere, con tutto questo, ci va a nozze: governare un popolo semianalfabeta è più facile che avere a che fare con cittadini maturi…Comunque, a proposito della finzione educatrice o meno della televisione, ti consiglio, per evitare fraintendimenti, un piccolo articolo di Michele Serra.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/23/amaca.html
Vorrei solo introdurre un punto che non entra nel contesto dell’articolo, bensì in quello dei commenti: com’è vero che l’involuzione della televisione è innegabile, dall’altra parte il ricambio generazionale è bene inserito in un nuovo mondo telematico: quello di internet. Una nuova possibilità, una nuova piattaforma che (ancora) riesce ad evitare le dinamiche televisive (mittente-destinatario). Se da una parte c’è pessimismo, dall’altra c’è (forse) ottimismo. Se si parla di televisione, oggi, è impossibile scinderla dai cambiamenti in atto. La televisione smetterà di essere la fonte educativa che è stata fin dagli esordi.
Insisto, affermare che la televisione imponga i suoi modelli con violenza, riuscendo ad attuare un’omologazione impressionante è troppo. Intendiamoci, esagerava anche Pasolini nel sostenere che la televisione fosse “autoritaria e repressiva”. Non dimentichiamo che quest’intellettuale intendeva attaccare il dilagante edonismo di massa, denunciando come questa nuova ideologia avesse azzerato le differenze storiche e culturali tra le varie zone del paese. Tali posizioni antimoderniste attirarono addirittura l’interesse dei neofascisti, che vollero accostare Pasolini ad Evola, poiché entrambi mossi da uno spirito reazionario. Qualcuno, ironicamente, ha fatto notare che, se accogliessimo simili teorie, oggi saremmo ancora più reazionari dei no-global, ci troveremmo a rincorrere nostalgie romantiche di civiltà contadine o di sottoproletariato urbano, di ragazzi di vita così dignitosamente ignoranti. E invece noi siamo la generazione del tasto verde di sky, della TV interattiva, soprattutto siamo la generazione di internet. Ha ragione Angelo quando parla di nuove possibilità: la rete è un ribollire di controinformazione, dietrologia, complottismi in tutte le salse, suggestioni new age, tutti elementi che testimoniano a favore di una chiara eterogeneità, di un melting pot culturale da non sottovalutare.
Personalmente non concordo sul fatto che Pasolini intendesse attaccare solo l’edonismo dilagante e non mi piace il fatto che si citi il tentativo di accostarlo ad Evola dal momento che anche Gramsci fu letto e rivalutato dalla destra, cosiddetta Gramsciana…figurarsi, certi tentativi lasciano il tempo che trovano. Ma quello che secondo me è fondamentale è capire come esista una fortissima distanza tra il cittadino diciamo colto, informato ed il resto. Siamo sicuri che i nostri intellettuali sappiano fare propri i sentimenti popolari e aiutarci a capire la realtà che viviamo? In fondo i poeti, gli scrittori e gli artisti hanno sempre avuto un ruolo determinante in questo…Lo capì Augusto con Mecenate duemila anni fa.
Una certa generazione non sta crescendo con l’educazione impartitale dalla TV spazzatura? Non mi interessa se l’educazione televisiva è coattiva, violenta oppure morbida. C’è, è palese e ne stiamo testando la pericolosità. Il tasto verde di sky è un lusso per pochi, internet, invece, non ha ancora una diffusione e la credibilità del piccolo schermo e soprattutto non intrattiene, eccezion fatta per i videogames.