Il ritorno dei Devo
E voi, li stavate aspettando?
di Angelo Murtas
Musica
Il problema principale con il ritorno dei Grandi, sono le aspettative. Se avessi passato gli ultimi venti anni (tanti ne sono passati dall’ultimo, mediocre “Smooth Noodle Maps”) nell’attesa del ritorno dei Devo, ora starei qui a piangermi addosso (esagero?), o comunque butterei giù tutto lo sconforto per un mancato ritorno di un’epoca che non c’è più, forse passerei addirittura per patetico. Ma non l’ho fatto. Le mie aspettative intorno al nuovo “Something For Everybody” erano approssimabili allo zero, più o meno. Non che non apprezzi il gruppo; anzi, se fossi nato una quindicina di anni prima – e magari in America – avrei passato gli ultimi anni Settanta a gridare di entusiasmo per la svolta intellettuale del punk che non era più punk: tanto per (non) capirci. I Devo hanno fatto la storia, togliamoci pure gli ombrelli da sopra le nostre teste dubbiose.
Il millenovecentosettantotto era l’anno di Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!, l’anno del capolavoro, il manifesto targato Devo. Una miscela di generi compattati in una soluzione nuova, per l’epoca, a metà strada dall’avanguardia sfrenata dei Residents ed il clangore punk, servita con una dose massiccia di auto-ironia. Impossibile non citare alcuni momenti epocali del disco: “Uncontrollable Urge” ed il suo andamento punk “ragionato”, la cover decostruita di “Satisfaction” dei Rolling Stones, l’inno immortale “Mongoloid” e la cavalcata kraut di “Jocko Homo”. Dopo il capolavoro, un paio di altri ottimi album: “Duty Now For The Future” e “Freedom Of Choice” e poco altro, fino al 1990 e la fine di una storia.
Impossibile negare l’importanza che i Devo e tutta l’armata new wave hanno avuto negli anni successivi e per tutte le generazioni a seguire fino ad oggi. È innegabile. Ma qual è allora il compito dei Devo oggi? Qual è quello di “Something For Everybody”? La critica si è espressa quasi all’unanimità palesando la mancata evoluzione del gruppo, rivangando il glorioso passato e la mancanza di idee “fresche”. Per me, invece, i Devo hanno fatto quello che dovevano fare, quello che una grossa percentuale di gruppi indie di oggi fa attingendo al vasto repertorio new wave che fu (e quindi ai Devo stessi). I Devo sono tornati per auto-celebrarsi, e fin qui allora, nulla di male. Non è loro il compito di innovare, né quello di dare nuova linfa alla musica oggi, sennò le nuove leve che ci stanno a fare!
“Something For Everybody” è un disco godibile, ricco di ritornelli catchy e di synth da party demenziali. Un disco che arriva appena alla sufficienza, certo, ma che si fa ascoltare e che ti rimane in testa già dopo il primo ascolto. Nulla di più. Il disco parte con “Fresh”, primo singolo estratto, che racchiude in sé tutto lo spirito dell’album: funky, disco, come se gli anni ottanta fossero finiti ieri. “What We Do” sembra un pezzo degli Hot Chip, orecchiabile, ballabile, divertente. La prima parte del disco continua così, sullo stesso standard, sembra di sentire qualcosa dei Bloc Party, dei Klaxons; tanto revival, insomma. Nella seconda parte dell’album compaiono invece alcune cadute di stile vertiginose, l’inascoltabile “Cameo”, la pretenziosa “No Place Like Home” che strizza l’occhio agli Ultravox (o perlomeno ci prova), l’insignificante “Sumthin’”.
Niente di epocale, sicuro. Se non fossero i Devo non starei neanche qui a parlarne, ma per uno strano patto con la storia, ne sono quasi costretto. Forse la cosa più sconcertante – ma non troppo – è che l’album non regge il passo delle nuove uscite ricche di “nostalgia”, della new new-wave, per intenderci. Un sipario da chiudere subito, ma che comunque andava aperto. Mentre finisco di scrivere mi sento come in dovere di andare oltre, di cambiare visuale, perché il futuro della musica va riposto in ben altro, in Flying Lotus, ancora (lo si spera) nei Radiohead, nelle nuove frontiere della dubstep, nei Washed Out (che pure agli ottanta si rifanno). I dinosauri erano enormi, eppure sono estinti.
